Operazione Entebbe, la notte degli eroi raccontata quarantadue anni dopo

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La liberazione degli ostaggi

La liberazione degli ostaggi

«A un certo punto i terroristi presero tutti i nostri passaporti e le carte di identità, lessero i dati e tutti quelli che portavano dei nomi ebraici furono separati dagli altri e chiusi in una sala adiacente. Ci vietarono di entrare in quella sala. Io dissi ai palestinesi e ai tedeschi: sono responsabile di tutti i passeggeri ed esigo di poterli vedere, che siano israeliani ed ebrei o no… Poi rilasciarono tutti i passeggeri non ebrei. Radunai l’equipaggio e dissi loro che saremmo rimasti con i passeggeri sino alla fine. L’equipaggio era d’accordo. Era una questione di coscienza, professionalità, morale».

Michele Bacos ha oggi 92 anni, vive sulla Riviera francese con la moglie Rosemary, ex assistente di volo. Quarant’anni fa era il capitano del volo Air France 139 del 27 giugno diretto da Parigi a Tel Aviv con 248 passeggeri. Alle 12,35 di quel giorno, poco dopo il decollo da Atene dove aveva fatto scalo, quattro terroristi (due palestinesi e due tedeschi) dirottarono il volo e imposero una sosta a Bengasi, in Libia. Qui altri terroristi salirono a bordo per l’ultima destinazione: Uganda, aeroporto di Entebbe. Poco dopo i terroristi liberarono tutti gli ostaggi che non avevano cognomi ebraici o nazionalità israeliana.

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Yoni Netanyahu

Tra il 3 e il 4 luglio quattro Hercules carichi di uomini scelti dell’esercito israeliano e personale medico atterrarono a Entebbe: con un’operazione leggendaria liberarono gli ostaggi e uccisero i terroristi, oltre a più di venti soldati dell’esercito ugandese che collaborava con il commando dei dirottatori.

Fu e ancora rimane una delle operazioni militari – e di salvataggio – più ardite della storia. Preceduta da una straordinaria ricognizione dell’intelligence su un terreno così remoto e impenetrabile (Muki Betzer, che si trovava in Sinai, quando venne convocato per la missione quasi rise al pensiero di costruire un’operazione come quella, «al di là dei monti di tenebra»). In un’epoca in cui non c’era ancora Internet e non si disponeva della gamma di informazioni geolocali che chiunque oggi può ottenere con due o tre clic. Costruita con estrema precisione, dopo aver sondato diverse opzioni, compresa quella di arrivare via terra. «A Nairobi affittai una piccola Fiat 127 e andai all’aeroporto a prendere due dei 13 comandanti dell’unità di ricognizione. Dopo quattro ore di macchina arrivammo al lago. La risposta era lì di fronte a noi: il lago era infestato di coccodrilli, ed erano enormi coccodrilli del Nilo accomodati in una serie quasi infinita di file parallele praticamente a perdita d’occhio», racconta Michael Aharonson, uno dei comandanti della Sayeret Matkal, l’unità scelta incaricata della missione.

A quarant’anni di distanza, l’operazione Entebbe prende forma, si disegna nel racconto dei protagonisti con nuovi dettagli, con un racconto preciso sino ad ora tenuto sotto riserbo. Quarant’anni sono il tempo in cui i figli d’Israele rimasero nel deserto, in attesa di entrare nella Terra promessa. Quarant’anni sono per la Bibbia il tempo completo di una generazione: affidano al passato quel che è successo, lo trasformano in Storia con la maiuscola. Dopo quarant’anni l’operazione Entebbe si veste di tinte nuove, di racconti inediti. Anche se in questi tempi di aeroporti devastati e terrorismo che sconfina ovunque sembra anche più attuale che mai.

Ma Entebbe è soprattutto una storia di eroi. A incominciare da Yoni, il grande Yoni Netanyahu, comandante dell’operazione. Caduto a Entebbe. Aveva 32 anni, era bello, intelligente, capacissimo. Fratello maggiore di Bibi, attuale primo ministro d’Israele, da sempre sensibile al peso dell’ombra che l’aura di Yoni getta su di lui. Di Yoni, le lettere appena pubblicate (nella traduzione italiana di M. Silenzi per l’editore Liberlibri) rivelano una personalità complessa, sentimentalmente tormentata. È stato davvero un eroe, un soldato e stratega di grande talento. Era responsabile di una missione «che pareva un formaggio svizzero, piena di buchi enormi».

Le incognite erano la lontananza, la dichiarata complicità dell’esercito ugandese guidato da quel dittatore folle che era Idi Amin Dada, la preparazione dei terroristi, in parte palestinesi e in parte tedeschi. Quando gli Hercules decollarono da Tel Aviv, Rabin, che era primo ministro, chiese al capo di stato maggiore, Amos Eran, di preparargli una lettera di dimissioni in caso di fallimento dell’operazione. «Cosa intendi per fallimento?», chiese Eran. «Più di 25 morti», rispose Rabin. Lui considerava quasi impossibile la missione, ci volle l’allora ministro della Difesa, Shimon Peres, a convincerlo della necessità di avviarla.

I morti furono «soltanto» quattro – Yoni Netanyahu e tre ostaggi. Ma gli eroi di questa storia furono, insieme con Yoni, molti di più. Soldati e ostaggi. Il comandante Surin Hershko, ferito gravemente e da allora in sedia a rotelle. Un Paese rimasto per una settimana con il fiato sospeso. E Michel Bacos, il comandante del volo Air France 139 del 27 giugno, che rimase fino alla fine con i «suoi» ostaggi e che quindici giorni dopo la liberazione riprese servizio per la compagnia di bandiera chiedendo come primo volo di tornare sulla rotta Parigi Tel Aviv, per scacciare gli spettri e «vedere se avevo ancora paura. E sono stato felice di tornare in Israele».

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